| La critica |
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A cura di A. Longatti
Sotto la matita di Libico Maraja (Bellinzona 1912- Montorfano 1983) è passato tutto il mondo delle fiabe "classiche" e dei principali racconti tradizionalmente raccolti nell'ambito della narrativa per la gioventù .
L'artista ha illustrato due volte il "Pinocchio" e la differenza fra la prima e la seconda versione, a distanza di circa otto anni, rivela una crescita qualitativa che non è soltanto agilità di mano e maggiore conoscenza della tecnica, ma una più accorta padronanza del mezzo.
L'illustrazione è infatti un prodotto complesso: da una parte entra nel novero delle arti figurative in quanto rappresenta un'immagine con caratteristiche personali di stile, di visione, di concezione del "fare" estetico, dall'altra deve essere necessariamente legata al testo letterario in quanto tale, deve penetrare dentro la storia da illustrare, comprenderne il senso e renderlo visibile il più fedelmente possibile.
Anche Maraja, come tutti gli illustratori dotati di una sicura vocazione, aveva questa capacità di aderire alle narrazioni scritte affidate alla sua professionalità di narratore per immagini. Nella sua produzione, intensa e copiosa, occorre distinguere momenti diversi, a seconda delle storie che si trovava a dover corredare di un complemento figurativo: a volte erano abbastanza lontane dalla sua sensibilità, e allora subentrava lo scrupolo, il mestiere più che l'ispirazione, ma nella maggior parte dei casi si trattava di racconti o fiabe a lui congeniali, ed ecco allora che la libertà inventiva trovava modo di impostare addirittura un discorso parallelo al testo, dotato di una sua autonomia espressiva pur senza mai discostarsi dal percorso della narrazione.
questa facoltà, prima percettiva che realizzativa, cioè capace di penetrazione, di una lettura "critica" del testo ancora prima di predisporre l'apparato visivo da inserire fra le pagine, è particolarmente riscontrabile negli ultimi lavori.
Illustrando capolavori assoluti di letteratura per la gioventù, l'artista sfrena il suo estro componendo scene di rara bellezza decorativa e scenografica, invadendo le pagine con figure grandi, armoniose, di un cromatismo vivace, dipinte a tecnica mista con effetti di raffinata eleganza formale. Ed è in queste prove che risalta la sua innata predilezione per il linguaggio teatrale, messo alla prova fin dagli anni giovanili, fra il 1941 e il 1945, quando ebbe modo di cimentarsi con l'apparato scenografico del primo film italiano a cartoni animati, il leggendario e sempre gradevole "La Rosa di Bagdad".
Fu un'esperienza fondamentale nella sua carriera: la collaborazione con l'equipe della IMA, diretta da Anton Gino Domeneghini, condusse alla realizzazione di una delicata favola sentimentale che s'ispira da un lato all'orientalismo roseo de "Le mille e una notte" e dall'altro alla spettacolarità del musical all'americana che caratterizza i cartoons di Walt Disney, che nel 1939 aveva gia' prodotto il film più famoso del genere, "Biancaneve e i sette nani".
Realizzato con povertà di mezzi artigianali ma con una carica inventiva originale, una grazia narrativa e un impegno morale teso ad esaltare le forze del Bene contro quelle del Male, "La Rosa di Bagdad" fece sì che lavorassero insieme, negli anni cupi della guerra, alcuni fra i più prestigiosi disegnatori di quegli anni.
La partecipazione di Maraja fu di fondamentale importanza, perchè a lui si devono, oltre all'animazione di alcune scene, i principali sfondi scenografici del film, realizzati con accorgimenti tali da creare effetti di tridimensionalità .
Dagli stilemi dell'amato teatro era tuttavia capace di discostarsi, per affrontare da par suo, realizzando inquadrature da sequenza cinematografica, le illustrazioni, questa volta in un sobrio bianconero, del "Moby Dick" di Melville: una versione certamente influenzata dal film di Huston tratto nel 1954 dal celebre romanzo.
Finita la seconda guerra mondiale, iniziò per Maraja, che si era cimentato fino ad allora più che altro nella cartellonistica, il percorso più lungo e praticato, quello dell'illustrazione del libro per ragazzi, non senza, come era suo costume, documentarsi sui maggiori illustratori di tutte le opere di volta in volta commissionate da editori quali Conte, Carroccio, Aristea, Pedron, Baldini & Castoldi, Piero Dami, Garzanti ed altri.
Nel 1946 e nel 1947 fece il suo esordio ridando vita in due edizioni al più amato personaggio italiano della narrativa per ragazzi , Pinocchio: ma fu alla terza edizione, curata per la Fabbri nel 1955 e pubblicata in diverse lingue, che raggiunse il migliore esito della sua interpretazione del burattino di Collodi, a lui particolarmente congeniale per lo spirito fanciullesco del racconto e tale da prestarsi anche a deformazioni caricaturali.
Il suo campo d'attivitè fu vastissimo, comprendendo tutti i settori della narrativa per gli adolescenti, dai classici alle fiabe, alle avventure, ai libri di viaggio, alle letture scolastiche.
Per Baldini & Castoldi disegnò le tavole, fra gli altri, delle "Avventure di Tom Sawyer" di Mark Twain, "Oliver Twist" di Dickens, "Il piccolo lord" di Burnett, "Capitani coraggiosi" di Kipling.
Dal 1952 entrò a far parte della scuderia della casa editrice Fabbri di Milano, e diventò ben presto il prediletto di Dino Fabbri, che comprese e valorizzò il suo talento. Per la Fabbri Maraja illustrò con sempre maggiore fluidità di segno capolavori assoluti quali "I ragazzi della via Paal" di Molnar, "Il principe e il povero" e "Canto di Natale" di Dickens, "Il brutto anatroccolo" di Andersen, "Piccole donne" della Alcott, "Alice nel Paese delle meraviglie" di Lewis Carrol, "Il mago di Oz" di Baun.
Dal 1960 raggiunse la maturità piena del suo estro illustrativo, raffinando fino a raggiungere risultati di grande prestigio la tecnica del disegno, anche attraverso un'attività di pittore dallo stile bilanciato fra astratto e figurativo che volle gelosamente diversificare dal lavoro per l'editoria, da lui considerata, certo a torto, "minore".
Sotto le sue mani, la tavola dell'illustrazione diventa un piano gremito di figure, di cose, di visioni paesaggistiche dalla suggestione arcana: un piano carico di colori, in cui le linee s'intrecciano fino a stendere una fitta ragnatela in cui sembra che l'angolo di mondo raffigurato in quel momento venga imprigionato, in una magica sospensione del tempo. Quando occorre, le zone colorate vengono coperte in più strati, traspaiono da sapienti velature, esplodono in ricami tracciati con minuziosa perfezione: una tecnica elaboratissima, di notevole suggestività, che impiegò anche, ottenendo risultati ammirevoli, in una serie di disegni a matita e carboncino su carta eseguiti con intento puramente estetico.
Maraja era anche un impaginatore abilissimo.
Le sue illustrazioni invadono i fogli stampati, s'intersecano col testo, tendono addirittura ad uscire dai confini del libro come se non volessero subirne le dimensioni: e così offrono un'amplificazione dei racconti, una loro prosecuzione infinita, che si ritrova puntualmente ad ogni apertura di pagina, dando una sensazione di trattenuto dinamismo, di animazione bloccata nel suo stesso prodursi. Una manifestazione visiva che, nel suo virtuale movimento, ricorda, come si diceva, soprattutto il teatro.
E sono appunto direttamente presi dal palcoscenico, nella loro libera, lieve espansione da una pagina all'altra dei libri, le illustrazioni di fiabe musicali prestigiose trasformate in balletti, come "Il lago dei cigni", "La bella addormentata", "Lo schiaccianoci", "Petrushka", "Coppelia". Ma altrettanto scenica è l'interpretazione data ai fastosi "Viaggi di Gulliver" di Swift o alle surreali scorribande di "Alice attraverso lo specchio" di Carrol od ancora alle mirabolanti traversie di "Simbad il marinaio" di Golden trasfigurate in un estremo tentativo di personale viaggio nell'immaginazione, che si spinge anche oltre le descrizioni dell'autore.
È invecealla sua sorridente vena caricaturale che ricorse per illustrare la riduzione in versi dialettali de "I promessi sposi" di Piero Collina, secondando il punto di vista del poeta lariano, nella sua popolaresca e arguta rivisitazione del gran romanzo manzoniano.
Nella resa editoriale, in libri a elevata tiratura e di veste necessariamente modesta per contenere la spesa, i disegni di Maraja perdevano in parte il loro smalto. Vale la pena di accostarsi agli originali e ammirarne la sapienza esecutiva, prima di confrontarli con le più sbiadite riproduzioni tipografiche.
Per consentire la consultazione, la maggior parte dei disegni, raccolta dai figli, è stata ordinata in un Archivio e viene gestita da un'Associazione che porta il suo nome.
L'esistenza di questa struttura conservativa permette di organizzare periodicamente mostre e la visita di persone interessate, con particolare riguardo agli alunni delle scuole medie, verso i quali Maraja ebbe sempre una premurosa attenzione improvvisando per loro delle vere e proprie lezioni sulla tecnica dell'illustrazione e sulle sue peculiarità espressive.
LE TESI
Autore: Fabiana Cattaneo Facoltà : Facoltà di scenografia, Accademia di Belle Arti Brera, Milano Anno accademico: 1999 - 2000 Descrizione: Nella tesi sono state sviluppate tematiche inerenti: - La storia dell'illustrazione - Il rapporto Testo e Immagine - La percezione visiva - La psicologia della visione nel mondo dell'infanzia - Il cinema d'animazione
Autore: Anna Benzi Facoltà : Facoltà di scenografia, Accademia di Belle Arti Brera, Milano Relatore: Luisa Spinatelli Anno Accademico: 2001 - 2002 Descrizione: Progetto per la realizzazione di uno spettacolo all'aperto per ragazzi, ambientato nei giardini del Tempio Voltiano di Como. Scene e costumi sono ispirati alle illustrazioni di Libico Maraja per L'Odissea.
Autore: Chiara Benzoni Facoltà : Facoltà di lettere, indirizzo conservazione Beni Culturali, Università Statale di Pisa Anno Accademico:2001 - 2002
Autore: Silvia Bernasconi Facoltà : Università Statale di Milano, facoltà di Lettere e filosofia Relatore: Antonello Negri Anno Accademico: 2002 - 2003 Descrizione: La tesi ricostruisce la vita dell'artista e ne analizza la prima attività, quella di grafico pubblicitario, scenografo e regista, attraverso la catalogazione e lo studio del materiale conservato in archivio, in gran parte inedito: opere, taccuini, lettere, fotografie. Dal primo manifesto realizzato per la Fiera della Vendemmia di Lugano nel 1933 fino alla presentazione de "La Rosa di Bagdad" al Festival del Cinema di Venezia nel 1949.
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